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Conversazione con Faten Hamama
Faten Hamama: Nei tuoi ritratti c’è serenità. Mi piacciono molto quelli che mi hai fatto. Hanno una sottile aria di drammaticità. Hai la capacità di presentare le persone in modo diverso. Youssef Nabil: Dipende dal fatto che sono cresciuto guardando i vecchi film che davano sulla TV egiziana, e dall’averli amati molto. In quei film gli attori apparivano molto diversi da quelli di oggi. Dunque, in effetti, questa componente del mio lavoro dipende da come ti vedevo nei film! Hai sempre sognato di diventare una star? F.H: Ho iniziato molto presto. La mia famiglia racconta che fin da piccola imitavo tutto quello che vedevo. Salivo sul tavolo da pranzo e mi esibivo per loro, facendo le imitazioni. Da lì hanno cominciato a notare che c’era qualcosa in me… Y.N: La tua famiglia ti ha incoraggiata? F.H: Si, sebbene all’epoca fosse davvero difficile incoraggiare una bambina a diventare attrice, soprattutto per i miei nonni. Avevo sei anni. E la tua famiglia ti ha incoraggiato a diventare un artista? Y.N: All’inizio erano molto preoccupati; non capivano cosa volessi fare. Mi hanno chiesto di finire prima l’università e poi di fare di quello che volevo. Ho studiato Letteratura francese alla Ain Shams University, ho preso la mia laurea e gliel’ho consegnata… Tu eri molto giovane all’epoca del tuo primo film A Happy Day (Yom Said), con Mohamed Abdel Wahab. F.H: Si, avevo nove anni. Avevo un contratto con la Compagnia di Abdel Wahab, ma non scrissero mai una storia apposta per me come avevano fatto a Hollywood per Shirley Temple. Erano sempre impegnati nella preparazione del successivo film di Abdel Wahab… Nel mio secondo film A Bullet in the Heart (Rossassa Fil Alb), crearono un ruolo apposta per me, nel bel mezzo della storia. Da allora non ho più avuto un contratto di esclusiva e sono stata libera di lavorare nei film di Youssef Wahbi e in molti altri. Y.N: E’ stato facile trovare i ruoli giusti? Immagino che all’epoca fosse difficile. F.H: All’inizio non c’era davvero possibilità di scelta. A volte ero felice della parte, altre volte ero così scontenta che arrivavo a odiare sia il mio ruolo che il film. Ma all’inizio, per una giovane attrice, non era possibile scegliere. A partire dai 21 anni però ho cominciato a dire si o no. Y.N: Mi sembra che le parti che hai recitato negli anni cinquanta siano molto diverse da quelle degli anni settanta, così come diverse erano le storie. F.H: Negli anni cinquanta dovevi dimostrare di avere intenzioni serie riguardo il tuo mestiere di attore. Questa è stata sempre la mia sfida. Alcuni avevano un’idea molto negativa di questa professione. Persino i miei compagni di scuola facevano commenti sgradevoli sul fatto che fossi attrice, anche semplicemente nel dire “quella fa l’attrice”, lo facevano in senso spregiativo. La mia sfida personale è stata quella di convincerli ad avere rispetto per la recitazione, a vederla come una forma d’arte. E penso di essere riuscita a cambiare il modo in cui la gente vede le attrici. Y.N: Cosa pensi del cinema di allora e di quello di oggi? F.H: Prima c’erano più tabù e molte cose semplicemente non si potevano fare. Ora siamo più liberi. Ma anche il cinema è cambiato – è un riflesso dell’epoca in cui viviamo. Prendiamo ad esempio l’immagine della donna: nei film degli anni cinquanta era fragile e impotente, aveva bisogno di ricorrere ai consigli del padre – o altrimenti del fratello – per ogni decisione da prendere. Era sempre sofferente, non solo nel cinema egiziano ma in tutto quello del mondo arabo. A sedici anni la donna smetteva di studiare per dedicarsi al matrimonio. Negli anni sessanta ha potuto continuare gli studi, lavorare ed essere più indipendente. Il cinema è sempre stato uno specchio dei tempi. Rimango sempre scioccata nel vedere come parlano e si comportano gli attori dei film di oggi, mentre per le nuove generazioni tutto questo è normale. Ho imparato a non giudicare mai nessuna generazione. E’ normale, le cose cambiano, e noi dobbiamo accettarle. Y.N: Penso che prima l’Egitto fosse meglio, che le persone fossero migliori di oggi. F.H: Era tutto più calmo e sicuramente la gente era meglio. Mi sembra che oggi le persone siano più inclini all’odio reciproco. C’è un’atmosfera di odio, tutto è così faticoso e stressante. Lo vedi ovunque, per strada. Penso che il vero motivo dell’odio tra le persone siano il sovraffollamento e il traffico! C’è troppa gente ovunque. Ieri ci abbiamo messo un’ora e mezza per un tragitto che normalmente richiede un quarto d’ora. Ci sono troppe macchine, è soffocante! Ma basta uscire dal Cairo e andare a Luxor, Assuan o sul Mar Rosso per trovare persone più semplici, più calme, più simpatiche. Y.N: Ieri in televisione ho visto per la prima volta un tuo film. Penso fosse degli anni cinquanta, con Omar Sharif, River of Love (Nahr El Hub).. F.H: In realtà è tratto dal romanzo “Anna Karenina”. E il regista riuscì a far amare al pubblico il mio personaggio, una donna che tradisce il marito. Y.N: Ti piace guardare i vecchi film? F.H: Mi piace guardarli da un punto di vista diverso. Mi piace vedere come eravamo, come apparivo, com’ero vestita, come recitavamo, e a volte mi chiedo – ma come facevamo a parlare così? [risate]. Y.N: Quali film ti piace guardare, a parte quelli in cui ci sei tu? F.H: I film di Naguib El Rihani, Laila Morad. Adoro Laila Morad— mi piaceva moltissimo la sua voce. Y.N: Ti manca quel periodo? F.H: Mi mancano le persone con cui lavoravo, specialmente Henry Barakat. E Waheed Farid, il mio cameraman, abbiamo lavorato molto assieme, eravamo come una famiglia. Y.N: Tra tutti i tuoi film quello che preferisco è Mouths and Rabbits (Afwah We Araneb). Lo adoro. F.H: Anch’io. Lo amo molto. Tra tutti I miei film è forse quello che lancia il messaggio più bello. Era stato scritto per la radio e io accettai subito – mi piaceva l’idea che l’avrebbero ascoltato in ogni parte dell’Egitto, fino al villaggio più remoto, era indirizzato a un pubblico di gente povera con molti figli e con tutto quel genere di problemi. Ma era anche molto divertente e il messaggio non era eccessivamente diretto. Ricordo che nel periodo del Ramadan lo mandavano in onda all’ora del Iftar [il pasto serale dopo il digiuno quotidiano) e quando tornavo a casa, al mio appartamento del dodicesimo piano, sentivo la canzone risuonare ovunque all’interno dell’edificio! Y.N: Eri così convincente! Hai interpretato in modo perfetto il ruolo della donna egiziana di paese. F.H: Quando reciti seriamente in una commedia leggera, l’effetto è molto più forte. Y.N: Durante le riprese, trovavi difficile a fine giornata dismettere i panni del personaggio che recitavi e rientrare nella tua vera personalità? F.H: Era difficile per l’accento del personaggio. Per certi film, come in Mouths and Rabbits, l’accento mi è rimasto per oltre due mesi dalla fine delle riprese. Oppure, se si trattava di un film triste, continuavo a sentirmi profondamente triste per molto tempo, a volte piangevo. Y.N: Sai, sono rimasto davvero sorpreso la prima volta che ho sentito questo nuovo termine di "clean cinema," riferito al fatto che un’attrice non debba recitare certe parti, che non possa essere baciata o comparire in scene d’amore! F.H: In realtà è un termine che non si usa più. Si è sempre parlato di "clean cinema," ma prima il termine veniva usato per indicare film realizzati bene dal punto di vista tecnico. Come i film di Salah Abu Seif — quelli si che avevano un’ottima tecnica, non come le commedie stupide e scontate che si vedono oggi in cui gli attori parlano in modo così volgare. Ora il termine viene usato per criticare certi ruoli. Io invece penso che si possa recitare con stile qualsiasi parte, senza bisogno di essere volgari. Bisogna anche ricordare che prima era l’attrice stessa a prendersi cura del proprio corpo e del proprio aspetto, e dunque con qualsiasi vestito e qualunque fosse il ruolo che recitava, non intendeva mai essere offensiva. Y.N: Pensi quindi che il modo di apparire possa avere effetto sul ruolo che interpreti? F.H: Assolutamente si. Il cinema ha i suoi alti e bassi. Per anni è stato davvero grande, meraviglioso, pulito (risate), poi per anni è caduto in basso, si sono visti solo film stupidi e senza senso, pieni di volgari balletti, destinati a intrattenere solo un certo tipo di pubblico. Ricordo una volta in cui il produttore decise di aggiungere un balletto e qualche canzone a un film serio e ben fatto, solo per attrarre il maggior numero possibile di spettatori. Non so perché le cose vadano così. La gente vuole vedere solo danzatrici del ventre. Y.N: Gli egiziani adorano le danzatrici del ventre! F.H: Sai, ogni volta che guardo i canali satellitari arabi trovo sempre un canale egiziano con qualche danzatrice del ventre! Y.N: Anche la danza del ventre era molto meglio nei vecchi film. F.H: La danza del ventre è una vera arte se fatta bene, come la faceva Samia Gamal o Tahia Carioca, ma ora si assiste a qualcosa di molto diverso, davvero scontato. Comunque sono ottimista. Penso che nel prossimo futuro il cinema egiziano migliorerà. Y.N: Hai mai pensato di lavorare in occidente? F.H: Quando avevo più o meno vent’anni ho pensato di andare a Hollywood. Poi ho capito che non avrei potuto recitare quei ruoli femminili. Hanno una cultura diversa e io avrei dovuto imparare il loro modo di parlare e di comportarsi. Ma non conoscevo sufficientemente bene quei personaggi per poterli recitare. Non avrei neanche potuto vestirmi come loro. Se per girare una scena mi avessero chiesto di indossare un costume da bagno non avrei potuto farlo. A quei tempi sarebbe stato un vero disastro per me dover recitare in costume da bagno. Ma al giorno d’oggi la mentalità è molto più aperta. Y.N: A casa tua ho visto molta arte. F.H: Sono una collezionista molto particolare. Amo vivere circondata dall’arte. La mia collezione è molto egiziana. Quando per tre anni sono andata a vivere in Europa mi sono portata dietro tutti i miei quadri. Y.N: Dove vivevi? F.H: A Parigi. Anche tu hai vissuto a Parigi, ora dove vivi? Y.N: A New York. Ci sei mai stata? F.H: Si, è una bella città, molto funzionale, tutto è veloce. Ma amo Parigi. Per me non c’è niente di meglio di Parigi. Y.N: Sei consapevole del fatto che il cinema ti renderà immortale? Tra cent’anni la gente guarderà ancora i tuoi film. Bello, se ci pensi. Sai, sono stati proprio i film egiziani a farmi avvicinare all’idea della morte. Quando ero piccolo chiedevo sempre a mia madre che fine avessero fatto quegli attori e la maggior parte delle volte la risposta era “sono tutti morti adesso”. Così, crescendo, è nato il desiderio di incontrare i personaggi che amavo, di fotografarli prima che morissero, o prima che morissi io stesso. F.H: Non dirmi che sei venuto per incontrarmi prima che muoia! Y.N: Che Dio non voglia, o prima che muoia io! Quando sento il tuo nome ti immagino sempre come la personificazione del cinema egiziano. Avevi mai pensato che un giorno saresti diventata l’icona che sei oggi? F.H: Da giovane non l’avrei mai immaginato. Amavo recitare e tutto il resto. Fin da giovanissima mi piaceva andare nell’alto Egitto per vedere come parlava e gesticolava la gente dei villaggi. Mi piaceva molto. Amavo studiare i diversi personaggi, come se studiassi per la scuola. Mi divertivo, semplicemente, senza chiedermi se sarei mai diventata famosa. Giocavo con l’immaginazione e questo bastava a rendermi felice. Y.N: Tu sei per il cinema ciò che Oum Kalthoum è per la musica. F.H: Adoro Oum Kalthoum. Quando la senti cantare non puoi smettere di ascoltarla fino a che non finisce la canzone. Y.N: L’hai mai incontrata? F.H: Si, e mi disse che apprezzava molto i miei film. L’ho incontrata in un periodo in cui mi ero un po’ distaccata dal cinema e lei mi disse: “Nessun artista deve stare lontano dalla propria arte”. Y.N: Che tipo era? F.H: Una donna intelligente. Molto intelligente. Y.N: Anche una donna forte. Mi piacciono le donne come lei, con idee forti. F.H: Era incredibilmente forte! Sai, era come il contadino egiziano con i piedi per terra che sa quali sono le cose che contano. Y.N: Mi piace il fatto che abbia cominciato leggendo il Corano e poi sia diventata una cantante. Era convinta che si potesse essere religiosi e essere artisti allo stesso tempo. Ha vissuto la sua vita normalmente, senza separare l’arte dalla religione. Non come certi che oggi sostengono che l’arte sia immorale. F.H: L’arte porta felicità alla gente. Perchè dobbiamo essere contrari alla felicità?
Cairo, luglio 2008
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