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Conversazione con Shirin Neshat
Shirin Neshat: Quando hai avvertito per la prima volta l’esigenza di diventare un artista? Youssef Nabil: Penso che il desiderio di diventare artista risalga alla mia infanzia e sia legato ai vecchi film egiziani che guardavo alla TV. Avevo quattro o cinque anni quando ho capito davvero cosa fosse il cinema e cioè che nei film gli attori recitavano. Ero affascinato all’idea che si potesse raccontare una storia con un film: mi sembrava un grande gioco coinvolgente che però non era reale, le vicende e i rapporti tra le persone erano finti e se qualcuno moriva non significava che fosse morto sul serio. A un altro livello ero incantato dagli attori che l’arte rendeva immortali, potevi guardarli anche cinquant’anni dopo la loro morte e continuare ad amarli. Ho sempre saputo di voler lavorare con le immagini, che fossero in movimento o meno. Ne ero colpito anche da piccolo e penso di aver capito molto presto la loro forza. S.N: Interessante, anche perché adesso che ne parli mi rendo conto che i tuoi ritratti sono molto cinematografici… vi si legge una sorta di ossessione per il glamour e il divismo tipici del cinema. Inoltre, le tue fotografie rimandano, in maniera piuttosto ovvia direi, al vecchio stile fotografico mediorientale, in particolare egiziano. Ti sei ispirato anche a questo? Y.N: Sì, prima c’è stato il vecchio cinema egiziano – i film in Technicolor – poi i manifesti cinematografici dipinti a mano e le foto di famiglia in bianco e nero, colorate a mano. Negli anni Settanta e Ottanta al Cairo se ne vedevano dovunque per la strada. L’idea di intervenire manualmente sulle immagini mi affascinava molto. In quegli anni disegnavo e dipingevo tanto, sempre ritratti. Poi quando ho iniziato a fare fotografie ho pensato di combinare i due medium e ho deciso di mantenere questa doppia tecnica nei miei lavori. Mi sono messo in cerca degli anziani coloristi, quegli artigiani che coloravano i ritratti per gli studi fotografici del Cairo e di Alessandria d’Egitto e ho imparato i loro segreti. S.N: Nei tuoi ritratti le persone che fotografi sono più belle… Tu hai la capacità di individuare ed esaltare una bellezza comune, trasformando i tuoi soggetti in veri e propri divi. Y.N: Questo dipende da come li vedo in realtà… e c’è sempre un richiamo ai vecchi film in cui gli attori erano belli, dovevano essere belli. Tutti avevano un aspetto fantastico, vecchi o giovani che fossero. È così che io vedo le persone. Non mi accorgo neppure delle rughe, anche se talvolta una ruga può essere molto affascinante. Insomma, mi piace presentare i miei soggetti al meglio. S.N: Come hai iniziato? Y.N: È stato nell’agosto del 1992, quando per la prima volta ho chiesto ad alcuni amici di interpretare dei ruoli in piccole scene che avevo scritto e volevo fotografare. Già allora avevo idee molto cinematografiche. Studiavo letteratura francese all’università Ain Shams del Cairo, ma ho deciso di occuparmi di ciò che mi interessava di più, la fotografia. Prima usavo solo il bianco e nero, qualche tempo dopo ho deciso di colorare a mano le mie immagini, affinché mantenessero un certo spirito del passato. All’inizio la gente non capiva cosa facessi, poi sono arrivati i primi clienti che mi chiedevano espressamente quel tipo di fotografie. È accaduto tutto così in fretta da sorprendere me per primo. A novembre di quello stesso anno stavo fotografando un amico al Marriott Hotel di Zamalek quando un giovane americano mi ha visto e mi ha chiesto informazioni su dove trovare le pellicole e i modelli per un incarico che doveva svolgere in Egitto. Era David LaChapelle, con cui ho lavorato a New York qualche tempo dopo, dal 1993 al 1994. Successivamente sono tornato al Cairo, ho finito gli studi all’università, ho fatto il servizio militare… Nel 1997, tramite un amico comune, ho conosciuto Mario Testino al Cairo, poi sono andato a Parigi per lavorare con lui fino al 1998. A quel punto ho deciso di tornare in Egitto e ho iniziato a esporre i miei lavori. S.N: Mi sembra che nei tuoi autoritratti ci sia un elemento narrativo che manca nelle altre fotografie che realizzi. Forse dipende dal fatto che ti puoi permettere di prendere tempo, o dal modo in cui metti in risalto l’ambientazione, che sia un interno o un paesaggio. Gli autoritratti diventano una sorta di diario. Visto che viaggi molto, le location geografiche cambiano, l’elemento che rimane costante sei tu. È come se attraverso quelle immagini tu stia tentando di comunicare qualcosa di te, o di quell’esperienza… di quel viaggio, di quel particolare momento. Come spieghi i tuoi autoritratti? Y.N: Gli autoritratti raccontano una storia diversa rispetto ai ritratti. Sono sempre stato consapevole del fatto che ogni momento della mia vita diventerà un ricordo subito dopo. È l’idea della partenza, siamo qui adesso ma tra poco saremo altrove. Questo pensiero mi accompagna sempre, c’è una forza nella vita a cui non possiamo opporci. Mi riferisco anche alla morte, ovviamente… Ho capito molto presto che siamo qui per andarcene, non per rimanere; nessuno vive per sempre, tutti dobbiamo morire. Io mi fotografo nelle città che visito, in cui sono soltanto un turista. So che partirò di lì a qualche giorno. La stessa considerazione vale per la mia vita in generale, fino a quando non morirò. Vivere è come arrivare in un luogo che non è il tuo e poi dover partire. S.N: Negli autoritratti vedo Youssef il performer, l’attore, il narratore. Sono curiosa di sapere se sei tu stesso ad azionare la macchina fotografica o se lo fai fare a qualcun altro. Per esempio, ti comporti come Cindy Sherman, che ritengo sia sempre sola nel suo studio, prepara la foto e poi fa “click”? La questione è interessante perché quando si conosce Cindy, si scopre che è molto timida e ci si stupisce di tanta vivacità davanti all’obiettivo. È semplicemente la “privacy” che consente a un artista di essere completamente libero, di interpretare un ruolo o di rivelare tutto se stesso? Y.N: Per quel che mi riguarda, devo essere da solo quando scatto queste fotografie; si tratta di un processo molto privato. Non mi sorprende sapere che Cindy Sherman sia timida. È facile interpretare con disinvoltura un ruolo davanti a una macchina fotografica ed essere comunque timidi. In ogni caso io devo assolutamente essere solo, anche se non è semplice visto che la maggior parte degli autoritratti sono scattati all’aperto e c’è sempre qualcuno lì intorno. A volte mi è capitato, però, di dover chiedere aiuto per certe fotografie, soprattutto quando sono molto lontano dalla macchina fotografica. In Self Portrait, Vincennes, 2003, per esempio, ero dall’altra parte di un fiume, così ho avuto bisogno di un assistente. S.N: L’autoritratto è un mezzo d’espressione molto particolare. Io sono una persona insicura, non mi piace stare davanti all’obiettivo e ho smesso di posare per me stessa già alla fine degli anni Novanta. Mi ricordo, però, che quando facevo degli autoritratti interpretavo sempre un altro personaggio. Non volevo in alcun modo che le foto raccontassero qualcosa di me. Quelle immagini assumevano una connotazione in qualche modo sociologica; diventavano piuttosto simboliche, una sorta di indagine sulle persone. Cindy Sherman lavora in modo simile: lei recita, interpreta un personaggio con cui non ha niente in comune. I tuoi autoritratti, invece, sono in un certo senso studi su di te, come se tu stessi tentando di scoprire qualcosa su te stesso e volessi condividere l’esperienza con l’osservatore. Il nostro approccio verso l’autoritratto parte da scopi completamente diversi. Y.N: Ho iniziato a fare autoritratti nel 2003, l’anno in cui ho lasciato l’Egitto per andare a vivere in Francia. Mi ero lasciato alle spalle la vita al Cairo e mi trovavo in un luogo totalmente nuovo. Ho iniziato a farmi domande sull’esistenza in generale, sulla mia vita, sul mio paese e sul fatto di esserne lontano. Per certi versi, era come se avessi chiuso una porta sul passato, non ero più lo stesso di prima. Anche allora l’idea di base era quella della partenza. Così ho deciso di parlare di questo stato d’animo nel mio lavoro. Ma, vedi, sono stati gli autoritratti a scegliere me, io non li ho mai programmati in anticipo. Ne ho fatto uno di recente a Los Angeles. Ho visto un albero molto vecchio vicino al mio albergo. Le radici sporgevano dal terreno e si diramavano in ogni direzione… Ho visto le radici, ho pensato alla vita, alle mie origini e ho deciso di fotografarmi lì, vicino a quelle radici. S.N: Questo mi porta direttamente all’altro argomento di cui mi piacerebbe parlare con te, l’idea dei “nomadi” contemporanei, delle persone come noi che si spostano continuamente da un luogo all’altro. Negli autoritratti ti concentri molto sull’idea del ricordo, del tempo che passa e dei luoghi in cui hai vissuto. Y.N: Non ho mai pensato di appartenere a un solo luogo. Mi sono sempre sentito parte di una sorta di circo: un giorno sei in una città, il giorno dopo ti sposti altrove. Ho imparato ad accettare questa sensazione e la fatica psicologica di ricominciare da zero in un altro paese. Ma sono un nostalgico e per me la cosa più difficile è lasciare le persone che amo, gli amici, la famiglia, i luoghi che mi sono cari, la luce particolare o l’odore delle città in cui ho vissuto. Non so quanto a lungo durerà. Suppongo stia a noi scegliere. Tu senti di appartenere a un luogo specifico? S.N: Assolutamente no, anch’io sono in uno stato costante di movimento geografico e psicologico e vado in giro per il mondo. Negli ultimi giorni, per esempio, sono stata tormentata dai ricordi del Marocco, pensavo che l’anno scorso in questo periodo vivevo lì, che ero una persona diversa, con amici diversi, immersa una cultura totalmente diversa… e guardandomi indietro non posso fare a meno di provare una certa tristezza perché quell’esperienza è finita e non si potrà ripetere. In genere penso che la storia, i ricordi e un sentimento come la nostalgia suscitino emozioni molto dolorose. Anche nei tuoi autoritratti mi sembra di riconoscere una forte malinconia, un dolore persino, e mi sorprende sentirti parlare tanto della morte… C’è una ragione dietro a tutto questo? Y.N: Pensavo molto alla morte anche quando ero bambino. A dire il vero è stata una scoperta molto dolorosa per me a quell’età. Ho iniziato a pensare alla possibilità che qualcuno che amavo morisse e pregavo Dio tutti i giorni affinché non accadesse. Non ho idea di come sia nata un’ossessione simile o del perché non riuscissi a convivere tranquillamente con questa realtà. Volevo che le persone a me care vivessero per sempre. Quando ho iniziato a esporre i miei lavori, però, ho avvertito l’esigenza di lasciare l’Egitto. Tra le ragioni più importanti che mi hanno spinto a farlo c’era il bisogno di andare in un luogo in cui mi sarei sentito più libero. Nelle mie fotografie c’è sempre una connotazione sessuale e la cosa non incontrava il favore di tutti. Me ne rendevo conto nelle occasioni più diverse, soprattutto quando ho iniziato a esporre i miei lavori, e mi sono reso conto che in Egitto convivono due mondi, quello moderno in cui sono cresciuto e l’altro molto conservatore che purtroppo ha il predominio. S.N: Adesso vorrei affrontare un altro argomento che riguarda me, te, Ghada Amer e molti altri artisti che conosciamo. Siamo mediorientali e il nostro lavoro fa spesso riferimento alla nostra cultura d’origine, eppure il nostro pubblico è composto perlopiù da occidentali. Noi tutti corriamo quindi il rischio di “orientalizzare” i nostri lavori. E in effetti molti ci accusano di creare opere “esotiche” per soddisfare le curiosità e le fantasie degli occidentali sui paesi musulmani, sia che i nostri temi siano politici o sessuali… Talvolta siamo stati persino attaccati dagli artisti musulmani residenti in Medio Oriente che contestano la credibilità di chi ha scelto di vivere in un altro paese eppure continua a essere considerato un esponente attendibile dell’arte della nazione in cui è nato. Tu cosa ne pensi in quanto artista? Credi che la distanza dal proprio paese dia la giusta libertà e la prospettiva necessaria? Y.N: Non credo che il luogo in cui si vive sia determinante. Per me sta tutto nell’essere onesti e in come ci si sente. Nessuno può sostenere che tu sia meno iraniana o io meno egiziano perché viviamo in Occidente, o che tu non possa essere una cosa e l’altra… Noi affrontiamo temi che ci riguardano direttamente, non potremmo occuparci di altro. Una delle cose più belle che mi è capitato di vedere quando siamo andati insieme in Marocco l’anno scorso per le tue fotografie è stato il modo in cui sei riuscita a ricreare un pezzo di Iran al centro del Marocco! E avevi già fatto lo stesso in Messico. Eri attenta ai minimi particolari per ricreare l’atmosfera del tuo paese in un altro luogo, lo trovo estremamente poetico. Secondo me si lascia il proprio paese solo quando lo si deve fare, quando si è sicuri di non poterci più vivere. Si parte e si va alla ricerca di un luogo in cui ci siano persone con cui condividere idee, pensieri e problemi. Per certi versi queste persone diventano la tua nuova famiglia e tu ricrei il tuo mondo. Noi due lo abbiamo fatto, seppure in modo diverso. S.N: Le tue fotografie hanno una forte carica erotica, sono molto sensuali e penso che tu sia molto coraggioso considerando la tua cultura e i tabù sessuali con cui ti scontri. Y.N: Per me è molto importante sentirmi libero di dire o fotografare ciò che voglio. Anche quando vivevo in Egitto riuscivo sempre a proporre immagini di nudo nelle mie mostre. Non c’era mai niente di volgare, ma venivo criticato lo stesso. Sai, ho scoperto con mia grande sorpresa che la collezione del Museo d’Arte Moderna del Cairo comprende molti nudi. Le mie mostre suscitano più scalpore perché si tratta di fotografie. La gente tende a essere più aperta e tollerante nei confronti dei dipinti, forse perché può credere che siano il frutto della fantasia dell’artista o qualcosa del genere. Con la fotografia il discorso non regge, la fotografia è più diretta e reale; la gente sa che di fronte all’obiettivo c’era effettivamente una persona nuda e non riesce ad accettarlo. Io non sono mai stato interessato alla nudità fine a se stessa; il mio obiettivo è essere vero e onesto per arrivare a una conoscenza più profonda dell’altro. Sai anch’io provo le stesse sensazioni davanti alle tue opere, alcune hanno una forte carica erotica. S.N: Hai ragione. I miei soggetti, per quanto spesso siano nascosti, sono molto sensuali. I ritratti, in particolare quelli della serie Women of Allah, ovviamente rimandano al problema dei tabù sessuali nelle culture islamiche, ma il sesso è ovunque ed è inevitabile. Pare addirittura che le restrizioni religiose finiscano con l’esaltare la sessualità, accrescendo la tentazione per il sesso opposto. La fantasia si scatena alla vista di un lembo di pelle attraverso una camicia appena aperta, davanti a uno sguardo o a un linguaggio del corpo pudico, come dimostrano le tue fotografie. Conosco pochi artisti musulmani che hanno la fortuna di esporre le loro opere sia nei loro paesi sia in Occidente. Per quanto concerne noi due, il nostro pubblico si trova per lo più all’estero e i nostri connazionali possono vedere i nostri lavori solo su Internet. Abbiamo un pubblico diviso: alcuni non lo capiscono fino in fondo ma ne sono attratti (in Occidente), mentre altri lo capiscono ma nella maggior parte dei casi lo disprezzano (in Medio Oriente). Siamo artisti e abbiamo imparato a vivere in quello che viene chiamato villaggio globale, cercando di sopravvivere sia dal punto di vista emotivo sia da quello professionale. Inutile dirlo, mi sento frustrata davanti alla lettura riduttiva e semplicistica delle mie opere da parte di alcuni critici occidentali che non hanno la giusta conoscenza storica e culturale del mio background. E tu cosa pensi del modo in cui la tua arte viene interpretata nei paesi occidentali? Y.N: Ho avuto esperienze simili, ma non credo che si tratti di un vero problema. Penso che dipenda da chi siamo. Ovviamente quando esponi in Occidente, c’è sempre qualcuno che tira fuori argomenti legati alla tua cultura – l’Islam, le donne velate, la sessualità, ciò che si può o non si può esporre nel tuo paese, eccetera – perché non potrà mai considerarti un artista americano, anche se hai vissuto la maggior parte della tua vita negli Stati Uniti. Ma non lo considero un problema, è accaduto a molti in passato e continuerà ad accadere sempre. Sai capita spesso che in una conversazione si cominci a parlare dell’Iran e ho scoperto che molte persone pensano subito ai tuoi lavori, considerandoli un importante riferimento a ciò che accade nel tuo paese. Per certi versi sei diventata una sorta di portavoce della nazione, magari involontariamente – non penso che ne avessi l’intenzione – ma è successo. E credo che sarà sempre così. S.N: Sotto molti aspetti, allora, siamo impegnati in una battaglia su due fronti. Da un lato, opponiamo resistenza ai cliché e agli stereotipi occidentali sulla nostra cultura e insistiamo sulla complessità delle nostre società e sul valore universale della nostra arte. Dall’altro, ci scontriamo con i pregiudizi di molti mediorientali che guardano con sospetto agli artisti che non vivono più nel loro paese ma scelgono temi legati alla cultura d’origine. Ho posato spesso per te e ho notato che riesci sempre a tirare fuori il meglio della persona che hai davanti. Non so proprio come fai. Hai un modo particolare di porti nei confronti dei tuoi modelli? Ricordo che quando mi hai fotografato l’anno scorso a Casablanca siamo stati insieme solo dieci minuti! Y.N: Innanzitutto mi deve piacere la persona, mi deve piacere ciò che fa o semplicemente il suo aspetto. Tu, per esempio, rientri in tutti e tre i casi. In un certo senso ho bisogno di essere d’accordo con l’idea che sta dietro il soggetto che fotografo; è necessario che io voglia che quella persona continui a vivere con me, attraverso il mio lavoro. È come se avessi una grande famiglia o un grande spazio in cui invitare la gente che mi piace. S.N: Ma c’è anche il modo in cui riesci a far recitare i tuoi personaggi davanti all’obiettivo, il modo in cui li rendi più belli, il modo in cui intervieni sulla fotografia stampata colorandola. Mi fa pensare al cinema, tu sei il regista che sceglie gli attori, li prepara, sceglie i costumi, e poi cerca di ottenere il meglio da loro. Ricordo la prima volta che ci siamo incontrati, mi hai chiesto di indossare i miei gioielli preferiti… è stato come giocare a travestirsi, una cosa che mi diverte molto ma che faccio raramente per troppa timidezza. Y.N: Certo, si tratta proprio di interpretare un ruolo; io devo scegliere la persona giusta per la parte oppure creare una storia attorno a un “personaggio” che già mi piace. Ammiro le persone dal carattere forte. Mi piacciono le donne forti come Tracey Emin, Zaha Hadid, Marina Abramovic, o la danzatrice egiziana Fifi Abdou. Le considero già icone dei nostri tempi, senza che abbiano scelto di esserlo. Ma se devo pensare a una donna artista dotata di una bellezza o di un aspetto unici, mi vengono in mente pochissimi nomi e fra questi ci sono il tuo e quello di Frida Kahlo. S.N: È una delle mie artiste preferite. Ciò che mi affascina di Frida è il fatto che la sua bellezza non ha niente a che vedere con la vanità, quanto piuttosto con la sua ricchezza interiore. Era ossessionata dai gioielli così come le piaceva circondarsi di oggetti belli. La facevano sentire completa… Era femminile e mascolina allo stesso tempo, dura e delicata, forte e debole. Secondo me con il passare degli anni è diventata ancora più bella. Le sofferenze fisiche, per quanto devastanti, non sono riuscite a distruggere il suo stile. È una continua fonte d’ispirazione, la creatrice di un’arte totale: lei era la sua arte, lei indossava la sua arte… Ancora oggi quando si pensa all’arte di Frida Kahlo vengono subito in mente la sua immagine, il suo corpo, il suo stile. Y.N: Ed era messicana fino in fondo, negli abiti, nel trucco, nei gioielli, nelle corone di fiori che indossava. Non ha mai copiato nessuno; era lei stessa un’opera d’arte. Ricordo la prima volta che ho visto una sua immagine, mi sono innamorato subito di lei, con la coroncina di fiori tra i capelli. Era il 1993 e mi trovavo a New York. Sarei dovuto andare in Martinica per lavorare con David LaChapelle ma non sono riuscito a ottenere il visto. Così sono rimasto nel suo appartamento dell’East Village e nella stanza in cui dormivo ho trovato un libro, la prima biografia di Frida Kahlo pubblicata negli Stati Uniti. Da quel momento ho voluto sapere di più sulla sua vita e sul suo lavoro e ho passato il resto del tempo a leggere cose su di lei. Ero molto colpito dal modo in cui raffigurava se stessa e dal fatto che esibisse il suo dolore, la sua sofferenza, il dispiacere. Tu vivi a New York dal 1983. Suppongo che essere stata qui negli anni Ottanta sia stata un’esperienza fantastica. Io sono venuto a New York nel 1993 e abitavo nell’East Village. A quei tempi si diceva che in quel quartiere si respirava ancora l’atmosfera degli anni Ottanta. Penso che sia stato un periodo fantastico. Io ero in Egitto allora, sognavo di vivere a New York e leggevo tutto il possibile sugli artisti newyorkesi. Ero un ragazzino e ricordo di aver coperto la parete dietro il mio letto con un collage di immagini degli artisti che mi piacevano, come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Ho sempre saputo che un giorno sarei venuto a vivere in questa metropoli, ne ero certo. Sapevo già allora che in qualche modo appartenevo a questa città. S.N: Nel 1983 avevo poco più di vent’anni e ricordo quando sono arrivata a New York e sono andata a vivere nell’East Village, che in quel periodo era pieno di gallerie d’arte underground. Eravamo in pieno boom economico, ma la vera attrazione era la scena underground. Ricordo che alle inaugurazioni delle mostre ti poteva capitare di incontrare Haring, Andy Warhol o Basquiat e Madonna si esibiva nel circuito dei locali notturni. A quei tempi uscivo con un graffitista piuttosto famoso che esponeva alla Tony Shafrazi Gallery, e tramite lui ho conosciuto diversi artisti affermati. L’ambiente era davvero multiculturale, c’erano molto artisti ispanici e afroamericani, anche ballerini di breakdance. A New York si respirava un’atmosfera molto emozionante e bohémienne. Y.N: In quel periodo sognavi già di diventare un’artista? S.N: Poco tempo dopo essere arrivata a New York ho pensato che fosse meglio mettere da parte quell’idea. Ero molto intimidita dalle gallerie d’arte e dalla competitività di chi voleva avere successo come artista. Ho deciso che mi sarei accontentata di rimanere a osservare. Inoltre non potevo dimenticare la realtà e cioè che avevo bisogno di guadagnarmi da vivere… così ho iniziato a lavorare pur continuando a vivere nell’East Village e a frequentare il mondo dell’arte. Ho lavorato per quasi dieci anni in una galleria no profit, la Storefront for Art and Architecture, che per me è stata una vera e propria scuola di formazione, mi ha fatto scoprire un mondo che non conoscevo. Poi un giorno, nel 1993, mi è capitato fra le mani per puro caso un volantino pubblicitario in cui si chiedeva agli artisti emergenti di presentare una proposta per una personale alla Franklin Furnace, una nota galleria alternativa. Ero appena stata in Iran e avevo delle idee, così ho scritto un progetto di una pagina e con mia enorme sorpresa sono stata accettata. Ho fatto alcune fotografie e due video e ho allestito una mostra… è stato così che ho iniziato, esattamente dieci anni dopo essere arrivata a New York. Y.N: È fantastico quando riesci a farcela da solo, quando vuoi realizzare qualcosa con tutte le tue forze e investi tutte le tue energie in quel progetto finché non ci riesci. Io ho iniziato con pochissimi mezzi, non avevo denaro e neppure una macchina fotografica. All’inizio me la facevo prestare da un amico, poi ho cominciato a risparmiare il più possibile per comprarne una e per continuare a lavorare, a fare fotografie. Non avevo un posto da usare come studio, solo la mia camera da letto che dividevo con il mio gemello. Non so più quante volte gli ho chiesto di dormire nel soggiorno per avere la stanza a mia disposizione; mettevo un letto sopra l’altro e usavo lo spazio che rimaneva come studio. Poi ho deciso di mettere da parte i soldi per comprare un biglietto per New York e tentare di esporre i miei lavori in America. Quando sono venuto qui avevo pochi soldi così ho cercato subito un lavoro. Mi sembrava strano trovarmi all’improvviso nella necessità di sopravvivere in questa città folle. Volevo rimanerci il più a lungo possibile, volevo che accadesse qualcosa, volevo conoscere persone e mostrare loro il mio lavoro. Ho capito presto che dovevo dimenticare tutte le comodità a cui ero abituato in Egitto e adattarmi alla nuova situazione e fare di tutto per rimanere a vivere qui. Ho consegnato pizze, ho lavorato in un negozio di manifesti vintage e ho fatto il cameriere in un ristorante. Lo confesso, non ero bravo in nessuno di questi lavori. Il mio pensiero fisso era diventare un artista. S.N: Mi sono trovata in una situazione simile quando sono arrivata a New York dopo aver ottenuto un master in Belle Arti all’Università di Berkeley, in California. Il titolo di studio non mi ha aiutato a trovare lavoro, ho fatto la receptionist in un salone di bellezza e sono stata licenziata poco dopo perché sembravo sempre annoiata. Poi ho lavorato per un’azienda tessile, disegnavo tessuti… un lavoro molto stupido. Un giorno non ce l’ho fatta più, sono andata dal capo e gli ho detto: “Me ne vado. Preferisco essere un’artista povera piuttosto che continuare a lavorare qui”. È stato il giorno più bello della mia vita. Y.N: La nostra vita è fatta di capitoli, uno termina e ne inizia un altro. S.N: Hai ragione, la vita è come un susseguirsi di capitoli. La mia vita ha seguito uno schema imprevedibile, sviluppandosi in tante direzioni diverse. Talvolta mi chiedo quale sarà la prossima. La gente come me e te non ha seguito le orme paterne né le vie più normali, quelle in cui solitamente si ha il conforto della prevedibilità… Noi stiamo meglio nell’incertezza. Il fatto di assumersi personalmente dei rischi sembra parte integrante del nostro fare arte. Y.N: L’incertezza è così grande nelle nostre vite perché non sappiamo mai veramente cosa ci riserva il futuro. Sai, a volte penso alla mia vita come a un film, io sono qui solo per vedere cosa accadrà dopo. A te non capita mai? S.N: Sì, succede anche a me. Devo ammettere che quando la situazione diventa troppo normale, divento molto nervosa. Y.N: Penso che ci sentiremo così per il resto della nostra vita.
New York, giugno 2008
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